Il malessere lavoro-correlato tra silenzi e censure

4 - Aziende - BIl fenomeno del malessere lavoro-correlato ha raggiunto livelli d’intensità e di diffusione senza precedenti e una pervasività trasversale nei settori del privato, del pubblico, del privato sociale e della sanità. Esso costituisce un costo di enorme portata sia per le persone che per le organizzazioni. Per le persone le situazioni di malessere lavorativo generano acute sofferenze individuali e gravi compromissioni della qualità della vita anche nelle sfere non lavorative. Per le organizzazioni il malessere diffuso costituisce un costo occulto che rischia di sgretolare il capitale sociale e inibire le potenzialità generative, progettuali e innovative.

Una questione ignorata

Nel dibattito contemporaneo il tema del malessere lavoro-correlato è per lo piu’ risolto nella questione dello stress lavoro-correlato, di recente normata a livello nazionale,  oppure collegato al dibattito sul benessere. Entrambe queste prospettive, quella della gestione dello stress e quella del benessere organizzativo, finiscono per contribuire alla negazione del problema e alla sua rimozione dalla consapevolezza individuale e collettiva.

Il paradigma dell’impotenza e il silenzio come difesa collettiva

Prevalgono due prospettive: da un lato il malessere deriverebbe da una molteplicità di fattori lontani e posti al di fuori delle possibilità di influenzamento dei soggetti coinvolti. Il malessere è rappresentato come un effetto di sistema per il contenimento del quale non sono possibili iniziative efficaci a nessun livello di responsabilità. Dai manager apicali agli operatori sembra diffondersi la convinzione che “non si può fare nulla“. Dall’altro lato, tutto ciò che si può fare è potenziare la resistenza individuale attraverso una ampia gamma di tecniche di gestione dello stress, oggetto prevalente della formazione in merito. Entrambe queste prospettive appaiono discutibili.

Il silenzio può forse essere interpretato come un sistema collettivo di difesa contro ansie più minaccianti. La negazione del disagio propria e degli altri sembra essere funzionale a evitare la penosa esperienza della presa di contatto con la propria e l’altrui sofferenza.

La cultura manageriale

La cultura neo-manageriale diffusasi nelle organizzazioni aziendali, ma anche in altri settori, propone agli individui un ideale di onnipotenza, forza, controllo e resistenza illimitati quanto irrealistici, che rende molto difficile per chi lo abbia interiorizzato, contattare e accettare sia la propria condizione di disagio che quella degli altri.

stress2mmon742hPer questa cultura una condizione personale di disagio sul lavoro deve essere prudentemente nascosta, esprimerla significherebbe compromettere la propria immagine sociale di resistenza, equilibro e potenza. A questo si aggiunge la tipica allergia del “pensiero positivo” manageriale alle dimensioni problematiche e meno trionfali dell’esperienza di lavoro, che rende palesemente contro-culturale il tentativo di affrontare il tema.

La necessità di diversi strumenti di conoscenza ed intervento

Il malessere lavoro-correlato rimane sotto silenzio anche per la mancanza di strumentazione conoscitiva adeguata. Le più diffuse metodologie di  indagine diffuse nelle organizzazioni, le ricerche sul clima, le indagini sullo stress, le ricerche quantitative basate sullo strumento del questionario sono inadeguate a restituire una comprensione del fenomeno, che può essere avvicinato solo attraverso approcci e modalità specifiche per le sue caratteristiche peculiari.

Su questo si può ancora lavorare molto, come dimostra l’esperienza sul campo dello Studio APS. Di questa esperienza parlava Achille Orsenigo nel corso della giornata di studio del 2011 e se ne parlerà ancora, molto presto nelle molteplici iniziative dell’Osservatorio Permanente di ricerca e intervento sulla Qualità della vita di lavoro.

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