Prendersi cura della qualità della vita di lavoro, propria e degli altri: è possibile! (1)

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“Non ne posso più“, “sono al limite”, “mi sento svuotato/a: espressioni che sono segnali spesso progressivi, che possono esplodere in gravi disagi. Le situazioni che descrivono sono già campanelli d’allarme, spesso anticipatori.Occorre rivolgere attenzione a sé e vigilare sulla propria condizione emotiva, sui sentimenti e sullo stato psicofisico, attenti ad intercettare segnali (deboli) e a dar loro voce. Difficile, ma non impossibile.

Interrompere il silenzio

La spinta alla performance sul lavoro (soprattutto in situazione di crisi!) pone vincoli e limiti alla possibilità di far emergere il disagio e il malessere da parte del soggetto, che quindi si confronta con potenti forze e condizionamenti nella direzione della negazione del proprio stato. Bisogna al contrario sempre dimostrare di star bene, essere in equilibrio, avere padronanza. Il “dover essere” qui è più interiorizzato che imposto dall’esterno, ma è un dato che sempre più spesso nella nostra esperienza rileviamo. Occorre iniziare a riconoscere questa censura culturale e psichica e infrangerla con coraggio, innanzitutto ammettendo nel proprio dialogo con se stessi che si vive in una condizione di malessere, inaugurando con questo atto di apertura e rinascita la possibilità di parlare con altri del proprio vissuto.

Comprendere le cause del proprio malessere

Perché? Che cosa fa sentire questo malessere? Il lavoro d’investigazione e di costruzione di una comprensione profonda e articolata della propria condizione di disagio è di fondamentale importanza per  dare voce ed espressione al proprio vissuto, articolarne una descrizione precisa ed esplorare a fondo le sue origini. Da questa comprensione si dischiudono le possibilità di evoluzione più generative e promettenti: la “terapia è inscritta nella diagnosi”.

Non è tutta colpa mia!

Il malessere lavorativo è rappresentato come una debolezza, un limite o una patologia individuali. Secondo questa visione lo stress, il malessere e la sofferenza derivano quasi unicamente da un’incapacità dell’individuo, dalla sua inadeguatezza nei confronti dei compiti, delle complessità, delle fatiche che il suo ruolo gli richiede. Se il malessere è rappresentato come un problema esclusivamente individuale allora dovrà essere affrontato a livello individuale attraverso interventi terapeutici mirati. Questa rappresentazione “protegge” l’organizzazione alimentando un misconoscimento del fenomeno dello stress lavorativo. Si evita che venga messa al centro dell’attenzione organizzazione e le relazioni nelle loro modalità di funzionamento.

Evadere dai paradossi

Nelle attuali organizzazioni sono molto comuni situazioni paradossali che “fanno perdere la ragione”, ossia fanno smarrire il senso della realtà e che minano la salute psichica delle persone. Anche in questo caso occorre tenere gli occhi (e non solo) bene aperti, assumendo uno sguardo “meta” a partire dal quale diviene possibile cercare di aprire una discussione sugli elementi paradossali, esercitare la critica, decostruirli e superarli. Il cambiamento di posizione da prigioniero del paradosso a osservatore consapevole ha un immediato e potente potere terapeutico.

Dire no, esercitare “voice”

“Prendere o lasciare”? Le alternative a disposizione degli individui nel loro rapporto con l’organizzazione sono accettare e adattarsi oppure andarsene? Nei termini del celebre modello di Hirschman, le uniche alternative sarebbero Loyalty e Exit: la terza possibilità, Voice, non sembra essere contemplata.

La realtà è poi, come sempre, più complessa. Quelli che partecipano al gioco in uno stato di perfetta adesione e interiorizzazione senza crepe sono una minoranza.

Più numerosi sono quelli che per adattarsi percorrono la via, spesso inconsapevole, della scissione: una parte di sé accetta la cultura dominante, i suoi imperativi, i suoi paradossi e le sue violenze; una parte tenta invece di rifiutare e resistere attraverso la costruzione di due identità molto differenziate tra loro sul piano valoriale, etico, esistenziale, relazionale, che convivono nella stessa persona, esprimendosi l’una nel contesto lavorativo, l’altra nella vita privata.

L’alternativa all’adesione, alla scissione e alla teatralità è la fuga.  Qual è un’alternativa più costruttiva?

Restando con Hirschman, la terza alternativa, voice. Esprimere voice significa sia concepire la possibilità di dire no, di esercitare una opposizione costruttiva alle richieste e decisioni più contraddittorie e umanamente costose. Ma voice include anche la possibilità di costruire dialogo, confronto, legami di fiducia e solidarietà, di costruire soggetti collettivi in grado di esprimere una posizione, opporsi a una decisione, costruire una proposta alternativa e più sostenibile.

La costruzione di legami e di entità collettive in grado di esprimere posizioni è qui di fondamentale importanza. Per l’individuo come singolo è spesso molto difficile dire no ed esprimere proposte influenti, ma ciò che è difficile al singolo diviene possibile al soggetto collettivo, la cui mobilitazione riduce fortemente il rischio per i singoli. Siamo qui di fronte ad una possibilità che rappresenta una risorsa terapeutica di infinita importanza: concepire di poter dire no e darsi la possibilità di impegnarsi in una azione capace di influire sul contesto solidalmente con altri è probabilmente il terapeutico per eccellenza perché rappresenta un antidoto al sentimento disperante di impotenza, di passività e di imprigionamento in una situazione culturalmente e praticamente chiusa, senza vie di uscita e senza possibilità di azione. Ritrovare la possibilità di agire è ritrovare la salute psichica.