Singoli e lavoro nelle organizzazioni che producono beni e servizi

di Franca Olivetti Manoukian

Nelle organizzazioni lavorative è ed è considerata sempre più rilevante per la realizzazione di una produzione efficiente e efficace, la variabile costituita dalle persone. Non a caso nelle aziende sia pubbliche che private è spesso individuata una funzione denominata “Risorse Umane” o anche “Sviluppo organizzativo e Risorse Umane”: non costituisce soltanto una formulazione diversa di quello che un tempo era chiamato l’Ufficio Personale, che aveva compiti essenzialmente amministrativi, ma rappresenta una scelta significativa, anche se a volte più astratta che effettiva, di riservare specifica attenzione e di prevedere specifici investimenti perché chi lavora possa esprimere al meglio le proprie potenzialità. Alcuni sottolineano come si tratti di una dizione ambigua, perché il termine “risorse” potrebbe rimandare ad una rappresentazione semplificata che mette il cosiddetto fattore umano sullo stesso piano delle risorse finanziarie o materiali in un’ottica di “sfruttamento”. Ed è senz’altro probabile che siano ricorrenti tendenze di questo tipo. Ciò non toglie che alla componente “persone” , con vari intenti e con diverse declinazioni, si ritenga comunque di dover dare particolare considerazione.

Spesso tuttavia si riscontrano notevoli difficoltà nell’individuare e tradurre in pratica degli orientamenti con cui gestire “dipendenti” o “collaboratori”, il “personale” in genere, in modo congruente con gli obiettivi di un adeguato funzionamento organizzativo e in modo soddisfacente per i singoli. Possiamo ipotizzare che questo sia ricollegabile a varie complessità e contraddizioni che marcano le vicende organizzative e comunque inter-vengono anche in questo campo: ma proprio per questo o anche per questo è frequente che ci si trovi ad utilizzare per le cosiddette “risorse umane” delle modalità di comprensione delle situazioni e di azione che sono guidate da rappresentazioni troppo parziali: in due sensi, o troppo collegate ad una visione statica, razionalistica dell’organizzazione e degli individui, o troppo dettate dal cosiddetto “buon senso”, che rischia di essere costituito da pregiudizi. In un caso si ricorre a procedure e a percorsi prefissati, standardizzando e uniformando, nell’altro caso ogni singola situazione sembra vada vista in sé e per sé, esaltando le specificità e di fatto la casualità o l’imponderabilità di ogni intervento. E non è infrequente che ci si muova contemporaneamente o alternativamente nelle due direzioni.

Le riflessioni che seguono sono un contributo per promuovere interesse e competenza per la lettura di come i singoli si collocano nelle situazioni organizzative in modo che l’agire sia da parte dei singoli collaboratori che da parte dei responsabili sia un po’ più congruente con le complessità esistenti.

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Singoli e lavoro