L’infragilirsi della connessione problemi-obiettivi

Considerazioni ed interrogativi a margine di percorsi formativi nelle organizzazioni

di Giovanna Ferretti*

Ultimamente ho avuto occasione di lavorare con gruppi di coordinatori e responsabili intermedi di Ospedali e RSA, ambienti che oggi frequento come formatore e/o consulente ma che conosco soprattutto per una lunga esperienza interna di responsabile gestionale.

Una partecipante in chiusura di un corso diceva …”devo alimentare il mio buon senso, farlo diventare più solido…”, ecco per irrobustire questo buon senso, ovvero costruire un senso capace di orientare nelle contraddizioni quotidiane, provo a dirmi, a dirci, in questo spazio aperto, di una questione che mi pare oggi molto problematica da mettere a fuoco ancora prima che da trattare.

Ho appena concluso due differenti percorsi formativi in cui si è trattato della motivazione dei collaboratori, e mi hanno fatto pensare al difficile rapporto singolo/persona/soggetto-organizzazione. Mi trovo a ri-pensare quanto spesso nell’ultimo periodo abbia incontrato, nei gruppi e nelle organizzazioni, riflessioni problematiche sul significato degli obiettivi… e sul loro utilizzo nelle organizzazioni sanitarie.

Come si può alimentare una dinamica costruttiva tra le richieste dell’organizzazione e le attese individuali se quando si chiamano in causa gli obiettivi organizzativi a cui agganciare quelli individuali, nell’immaginario scatta la visione degli “obiettivi a cascata”.

Gli obiettivi definiti a livello regionale o di direzione generale, anche su tematiche cruciali, passano da un centro alle periferie attraverso attribuzioni formali, con sequenza che possono prevedere il passaggio tra molti livelli successivi, dove trova grande spazio la rendicontazione del processo di attribuzione e molto meno quello di elaborazione. Questi obiettivi diventano materia per gli obiettivi di budget, le valutazioni individuali, l’erogazione di risorse aggiuntive, etc; una materia ben confezionata, con una forma spesso impeccabile dove indicatori e standard son ben collocati.

Peccato che per strada si perda la sostanza. Questo modo di proporre ed utilizzare gli obiettivi, diffuso in molti ambienti che si occupano di salute ed assistenza, mi sembra stia progressivamente consolidando, dentro le organizzazioni, un mondo parallelo che ha strutturato un linguaggio proprio, dove la parola obiettivo ha una vita a se, sganciata dai contesti concreti.

Gli obiettivi a cascata evocano adempimenti che “rotolano come pietre” da un livello all’altro, si cerca di trattarli senza farsi troppo male. Non si rintraccia, se non sepolto sotto molti strati di consuetudini e pratiche di lavoro, il significato di un costrutto mentale capace di anticipare risultati utili. Pare svanito il nesso tra gli obiettivi e i problemi, questa perdita sta impoverendo, se di fatto non è già annullata, la loro funzione di orientamento all’azione.

Mi domando se questi aspetti sono ad oggi tipici solo delle organizzazioni sanitarie, se non coinvolgano più in generale il mondo aziendale, e gli altri settori. Mi domando anche: Come infrangere queste cristallizzazioni che attraggono nel loro luccicare, ma di fatto irrigidiscono e rendono deboli le proposte che propongono un utilizzo degli obiettivi?

Sarei curiosa di avere riscontri di altre esperienze.

* Dopo la formazione di base (Liceo e diploma di infermiera), ho progressivamente sviluppato la mia competenza sia con percorsi universitari (diploma di Dirigente dell’assistenza infermieristica 1985; laurea magistrale in Scienze Infermieristiche) che con una formazione in ambito organizzativo ad orientamento psicosociale.  Ho iniziato a lavorare nel 1980, partendo dal settore clinico,  per occuparmi dal 1988 della formazione di infermieri e coordinatori  e successivamente  assumere la responsabilità  della gestione del personale di un ospedale. Da alcuni anni coniugo un impegno di lavoro dipendente, come responsabile di progetti all’interno di un’azienda ospedaliera con attività libero professionale di consulenza e formazione aperte al più ampio sistema sociosanitario (Ospedali, ASL, RSA, …).  Questa posizione lavorativa, sebbene nella faticam comporta degli sconfinamenti che promuovono connessioni tra pensiero e azione. Con i colleghi dello Studio APS sto promuovendo una riflessione e sviluppo sui sistemi organizzativi e professionali che si occupano di salute e malattia.