Contrastare la corruzione, tra apparenze e realtà

Eclissi_modificataDopo due anni e mezzo circa dall’emanazione della legge Severino e successive linee guida, insieme ad altri provvedimenti legislativi su tematiche relative alla trasparenza della pubblica amministrazione vi è già la possibilità di osservare cosa accade sul piano delle iniziative che hanno preso corpo in diverse realtà organizzative.

Lo Studio APS propone la possibilità di costruire un gruppo di lavoro interorganizzativo, composto da soggetti che hanno responsabilità rispetto alla normativa anticorruzione e al suo concreto recepimento, con la finalità di individuare percorsi di attuazione della legge più concreti e di valore. Incontro di avvio il 27 ottobre presso la sede dello Studio APS di Milano.

Il primo contributo che pubblichiamo in questo spazio è di Franca Olivetti Manoukian.

Perché è interessante oggi riflettere e confrontarsi sulla cosiddetta “corruzione”?

Sappiamo che la corruzione è un fenomeno che esiste da sempre e dovunque : si tramanda cioè nei secoli e si espande nei continenti come componente irriducibile della vita di una società, come un’inflorescenza parassitaria che si sviluppa e si modifica di pari passo con lo stesso evolversi “fisiologico” di una convivenza collettiva. Oggi, a mio avviso, è interessante considerare con particolare attenzione come si manifesta, come viene percepita e come viene affrontata, perché può offrire interessanti elementi indiziari per capire meglio i cambiamenti in atto nel nostro paese. Si parla tanto di cambiamenti che si vorrebbero realizzare per fronteggiare vari malesseri che ormai da qualche anno si sono infiltrati fin nei microcosmi quotidiani di singoli e famiglie, minando stati di salute, condizioni di reddito, vicende lavorative, e gli stessi rapporti tra generi e tra generazioni. Forse non sembrano avverarsi questi mutamenti auspicati, ma siamo comunque immersi in movimenti evolutivi e/o trasformativi che proprio perché ci toccano e ci impegnano, non sono così immediatamente decodificabili e tanto meno gestibili. La corruzione, intesa come “rottura” di un funzionamento equilibrato, di legami consolidati entro un’organizzazione sociale, costituisce una “varianza”, una deviazione da ciò che abitualmente si pensa accada o dovrebbe accadere e si presenta come ambito di osservazione privilegiato dei rapporti tra individuo e società e dei nuovi assetti che questi vanno assumendo. Il punto di vista che propongo è collegato non solo e non tanto a messaggi che arrivano quotidianamente dai mass media ma a situazioni con cui direttamente e indirettamente vengo a contatto attraverso attività di consulenza organizzativa e formativa svolte a livello locale con servizi sanitari e sociali, con piccole imprese, con amministrazioni pubbliche e cooperative. E’ un campo di osservazione limitato, che può soltanto portare delle ipotesi, muovendosi in punta di piedi.

Le corruzioni nel quotidiano

Mi sembra che sia opportuno e interessante distinguere un primo ambito in cui la corruzione avviene all’interno di rapporti inter-individuali o di piccoli gruppi, come azione rivolta a eludere leggi e controlli e a cercare di raggiungere obiettivi “privati”, ottenere per sé e per i propri affari qualche “privilegio”: ambedue le parole, dalle radici etimologiche latine, segnalano l’esistenza di una posizione “a parte”, che si “mette da parte rispetto agli altri”, “si isola” e “si pone avanti”, “spoglia” e “priva” attraverso una “legge privata” (privilegium). Questo comportamento è altamente riprovato e in particolare dall’epoca di Mani Pulite credo si siano moltiplicati gli interventi della magistratura per condannarlo e punirlo. Si sono avuti numerosissimi processi anche con sanzioni esemplari. Non sembra che questa linea di condotta sia andata nel senso di contrastare il fenomeno e che abbia portato esiti positivi e soddisfacenti . Come sempre queste impostazioni tendono ad assumere dei principi repressivi astratti e generici, con generici riferimenti ad un dover essere ben poco riconosciuto e assunto dai singoli a cui ci si rivolge e quindi è comprensibile che abbia scarsi effetti. Ma mi domando se non ci sia anche un retroscena poco o troppo poco considerato. In particolare penso ai rapporti che i singoli hanno con le amministrazioni pubbliche, con tutti quegli uffici e servizi con cui è necessario interagire per il normale svolgimento delle attività commerciali, industriali e artigiane , per ottenere permessi e pagamenti di fatture, per evitare il sovrapporsi di tributi esosi ( già di per sé visti come ingiusti e vessatori) o anche con quei servizi attinenti alla gestione della salute come prenotazioni di visite e di ricoveri, ottenimenti di assistenze domiciliari e assegni di accompagnamento: sono questi i casi più minuti e “insignificanti” in cui si insinua sottilmente il ricorso alla corruzione per ottenere quello che non si riesce ad aver per le vie definite e prescritte.

Negli ultimi decenni per una serie di fenomeni che in questa sede non è possibile neppur sommariamente ricostruire ma che sono sotto gli occhi di tutti, la vita delle società europee occidentali e in particolare della nostra, italiana, si è notevolmente complessificata, caricandosi di frammentazioni e disgregazioni culturali e insieme di esigenze di far fronte a irruzioni di vicende impreviste. Nella scia di una interpretazione tradizionale del mantenimento di un assetto “democratico” , a fronte della molteplicità di disfunzioni e contraddizioni emergenti, diverse iniziative di governo hanno attribuito alla amministrazione pubblica compiti di pianificazione e controllo, attraverso una cospicua produzione di leggi e di regolamentazioni rivolte a fare in modo che tutti i cittadini potessero usufruire delle stesse modalità di trattamento in materia di salute, di abitazione, di scolarità, di sicurezza ambientale, di imposizione fiscale, ecc., suddividendoli in categorie dotate di specifiche prerogative e richiedendo una serie di adempimenti minuti, nell’insieme assai onerosi. Il nostro paese – è noto – soffre di una eccessiva produzione di nuove leggi a cui corrisponde una altrettanto eccessiva quantità di leggi che non sono osservate e applicate. L’attribuire alle istituzioni della pubblica amministrazione (scuola, tribunali, ospedali, enti locali) la principale funzione di tutela dei diritti, nel tempo ha indotto e dilatato una ulteriore, crescente tendenza ad investire nelle definizioni formali di ciò che deve essere, come se questo fosse l’intervento più appropriato per contrastare difficoltà e problemi.

Si sono così andate moltiplicando richieste di comprovare e certificare, di ottemperare a procedure assai macchinose. Il manifestarsi di devianze e insolvenze, di omissioni e trasgressioni ha indotto a introdurre nuovi controlli formali, per lo più impregnati di una sostanziale sfiducia nei confronti dei cittadini, immaginati come tendenzialmente orientati a ingannare l’ente pubblico. Si è creato una sorta di doppio binario. Da un lato si è investito perché la “macchina” o le macchine delle pubbliche istituzioni fossero il più efficienti possibile, e quindi impersonali, autoreferenziali, centrate sul proprio funzionamento interno e sui propri vincoli di budget e dall’altro si sono prese iniziative per recuperare a latere “una città più amica dei cittadini”, “un ospedale umanizzato”, un “comune aperto”.   La scissione non ha rinforzato la macchina e ha dato spazio a varie e variate iniziative mobilitatesi nella cosiddetta “società civile”. La corruzione si colloca in questo quadro .

Se un piccolo imprenditore o una piccola società riesce ad individuare delle possibilità interessanti di intraprendere qualche produzione innovativa e si propone di ottenere finanziamenti previsti e stanziati, deve accollarsi notevoli spese, presentare moltissimi documenti, produrre dati e soprattutto deve sopportare tempi molto lenti. Anche soltanto come fornitore di un qualsiasi ente pubblico per riscuotere il pagamento di una fattura, è frequente che un’impresa debba attivarsi, continuamente con solleciti via via più pressanti fino a che sembra sia costretta ad “adire alle vie legali”, con notevoli costi e con ampie incertezze sugli esiti che questa strada potrà raggiungere.

E’ qui che si apre il campo delle possibilità di “ungere la macchina”, di trovare “scorciatoie”che permettono di ridurre assai i tempi di riscossione o di accaparramento di fondi che devono essere distribuiti, di essere preferiti ad altri per la qualità dei propri prodotti o per le condizioni di favore che possono essere messe a disposizione, di usufruire di una corsia laterale privilegiata per non doversi mettere in coda . I singoli intravvedono che qualcuno all’interno dell’istituzione pubblica   (dagli uffici acquisti degli ospedali, alle commissioni appalti, alla guardia di finanza) direttamente o indirettamente è disponibile a realizzare un trattamento personalizzato, “di favore”, che in cambio di un adeguato compenso appiana i passaggi procedurali e semplifica il raggiungimento degli esiti positivi a cui si tiene per poter continuare e migliorare l’attività produttiva.

Credo sia opportuno distinguere in questi “corruttori” coloro che sono realmente portatori di offerte qualitativamente pregiate e di progetti innovativi e che non riescono a trovare ambiti di apprezzamento e ascolto e d’altro lato coloro che intendono far passare per buoni, prodotti di scarto, servizi inesistenti, numeri inventati. Questi ultimi trovano nel corrompere la strada maestra per ingannare la collettività, consumare risorse di tutti ad esclusivo vantaggio loro o del loro gruppo di appartenenza . Possono essere piccoli pesci vaganti o far parte di sciami che seguono grossi squali, sistemi di depredazione organizzata delle istituzioni pubbliche di cui tratterò più avanti. I primi però ( che probabilmente rientrano in quella che viene chiamata da alcuni “zona grigia”), possono essere, e spesso effettivamente sono, persone in buona fede, trasgressori, innovatori che tentano di opporsi alle inerzie del funzionamento istituzionale, sapendo che contravvengono alla legge , ma pensano di farlo per una buona causa, avendo vantaggi per sé ma anche per la propria impresa e per il proprio lavoro, per i collaboratori e i clienti, per il contesto sociale. Li guida l’idea di essere consapevoli e di padroneggiare l’iniziativa che prendono : “è solo per questa volta”, “il fine giustifica i mezzi”. E’ un po’ come se ci si lasciasse tentare dall’assumere una droga con la motivazione che serva a qualche cosa di positivo e che, dato che è una scelta, “se voglio, smetto”.

In modo analogo i personaggi che all’interno delle organizzazioni o delle istituzioni si fanno corrompere e spesso anche si offrono come corruttibili (e quindi sono particolarmente corrotti) possono anche pensare di portare vantaggi ai propri “clienti” e di contribuire a sbloccare vie senza uscita e a dare lavoro. In ambedue le posizioni, i protagonisti delle corruzioni, di queste corruzioni spicciole , quasi “normali”, stanno probabilmente entro un orizzonte illusorio, entro un auto-convincimento di avere un potere su se stessi e sul contesto che in realtà non esiste: imboccata la strada è ben difficile fermarsi, uscirne perché ci si ritrova ricattati dalle paure di essere scoperti e perché superato un blocco se ne presentano altri e sembra di essere anche stavolta costretti a ricorrere ad una deviazione .

Corruzione e malfunzionamento organizzativo

Adottando uno sguardo un po’ distanziato ci si può chiedere tuttavia se il ricorrere a queste iniziative non sia per certi versi istigato e fomentato dal funzionamento stesso delle organizzazioni e delle istituzioni e da coloro che ne sono più di altri depositari, occupandone i vertici e avendo un espresso mandato di governo della loro rispondenza alle attese dei cittadini. Se nella pubblica amministrazione, nelle grandi banche, grandi aziende manifatturiere e sanitarie si tende soprattutto a massimizzare l’efficienza attraverso continue regolamentazioni e moltiplicazioni di controlli, si avranno sempre maggiori inerzie (e quindi allungamenti dei tempi di risposta ai cittadini) e d’altro lato percezioni da parte degli operatori ai vari livelli di essere ridotti a meri esecutori, senza voce in capitolo, pezzi di ingranaggi di cui non si riesce neppure a vedere la finalizzazione. L’autoreferenzialità e l’irrigidimento nello svolgimento delle attività rendono le istituzioni sempre più inaccessibili ai cittadini, sorde alle loro richieste[1]: diventano sempre meno credibili, come depositarie di un ordine sociale equilibrato (giusto); non sono considerate tutelanti per la sicurezza collettiva, riscuotono sempre meno rispetto e legittimazione e i cittadini cercano di arrangiarsi.

Anche chi lavora all’interno vede venir meno riferimenti a cui collegarsi per sviluppare motivazioni e collaborazioni positive [2]. Lavorare in un ente pubblico non è considerato degno di particolare rispetto e apprezzamento. Non viene riconosciuto come esercizio di funzioni insostituibili per la convivenza collettiva. Non costituisce elemento di rinforzo di auto stima e immagine positiva di sé. Spesso per chi è collocato in qualche articolazione della amministrazione pubblica, sono più vive e vitali identificazioni con le proprie appartenenze professionali ( come medico o ingegnere, come psicologo o assistente sociale) che con l’azienda, l’unità operativa . Da qui la ricerca di spazi in cui “guadagnare” qualche cosa di più e di diverso, interazioni in cui esercitare “potere”, per incrementare il proprio reddito (ritenuto inadeguato), per influenzare, ma forse anche per perseguire con successo una affermazione di sé: paradossalmente chi si uniforma e si dedica all’applicazione dei regolamenti si pone in una linea di esercizio di potere in senso “repressivo”, volto a sottomettere attraverso imposizioni; chi imbocca la via della corruzione si gioca un potere più aperto e rischioso, rivolto a promuovere e autorizzare.

Chi ha ruoli di responsabilità rispetto alla gestione organizzativa tende a non essere particolarmente attento a raccogliere segnali di questi modi di agire. A volte egli stesso è implicato in un medesimo gioco di relazioni. La maggior parte delle volte è come se le diverse azioni andassero confrontate con modelli di comportamento astrattamente individuati come pertinenti. Se si rileva qualche dissonanza è meglio non amplificarla, non introdurre disturbi nell’andamento quotidiano, che rischiano di aprire contrasti e accuse , colpevolizzazioni e schieramenti in difesa . Se si tratta di qualche cosa di grave ci si rivolge al “codice” giuridico. Si delega cioè alla magistratura di indagare , provare l’esistenza di un reato e comminare le relative sanzioni. Ci si dissocia dalla propria possibilità di capire e intervenire per delegare a qualche autorità superiore o a un’istanza impersonale più o meno inappellabile.

Credo vada d’altro lato ben tenuto presente che nei confronti di direttori, dirigenti, manager, coordinatori esiste un sovraccarico di attese. Quanto più cresce la complessità delle condizioni di produzione e di lavoro, tanto più si moltiplicano le aspettative nei confronti di questi ruoli, che si trovano al centro delle perturbazioni e con gli sguardi di tutti puntati addosso , dall’esterno e dall’interno. Dibattersi in mezzo a problemi di ogni genere è per loro strutturalmente inevitabile e insieme è la competenza per cui sono meno preparati sul piano professionale e sul piano soggettivo. I problemi non esistono in sé e per sé : vanno ri-conosciuti con un impegno cognitivo, emotivo e relazionale che è ben poco rappresentato come prerogativa di chi è chiamato a dirigere un dipartimento, una business unit , una rete di agenti e venditori. Si chiede di mettere in campo soluzioni, che possono essere trovate, dato che non c’è tempo, anche prima di aver capito i problemi in campo ! Per chi svolge ruoli manageriali e direttivi è davvero difficile assumere atteggiamenti riparativi/costruttivi, ovvero pazienza, perseveranza, tenacia nell’ascolto vigile e continuativo. L’immagine positiva, l’identità che viene loro più spesso prospettata è quella del condottiero che taglia il nodo aggrovigliato, più che quella di chi con calma e pacatezza tenta di scioglierlo[3].

L’ipotesi che propongo è che il permanere e l’aggravarsi di disfunzioni e occlusioni nella realizzazione delle attività e dei servizi che istituzioni e organizzazioni pubbliche sono chiamate a fornire ai cittadini, costituiscano un fattore importante di alimentazione e appoggio a comportamenti corrotti. Quando questi vengono alla luce sembra che non siano adottate strategie adeguate di miglioramento del funzionamento organizzativo. E’ come se si ricorresse alla individuazione della mela marcia, più che a capire quali condizioni hanno fatto sì che la mela marcisca e quindi a come costruire /ricostruire un clima o degli assetti relazionali e affettivi che si rivelano privi di ossigeno. Sembra non percorribile investire in identificazioni realistiche in senso orizzontale e verticale, in corresponsabilizzazioni diffuse, comunicazioni dal basso all’alto, sostegni rispetto a disagi e incertezze, in attenzioni al manifestarsi di incapacità intrinseche, e insieme a valorizzazioni di qualche dote, desiderio, potenzialità.

E’ vero che chi entra passivamente o attivamente in circuiti dominati da vari tipi di corruzioni, in realtà avalla dei movimenti distruttivi di patti scritti e non scritti su cui si fonda la convivenza sociale; si sottrae all’assumere le conseguenze che le azioni hanno per altri che hanno prerogative e attese simili alle proprie ; si esime dal pensare che cosa significa rompere, corrompere rispetto al “bene comune”. Ma se il “bene comune” non è rappresentato e tutelato dalle istituzioni, perché dovrebbe pensarci il singolo cittadino ?

Sistemi che corrompono e corrodono

Un secondo ambito in cui considerare la corruzione è quello più ampio e consolidato costituito da quei sistemi ben strutturati di relazioni e azioni finalizzati a “dis/trarre”, “deviare” risorse alla collettività per far crescere e prosperare dei gruppi “criminali”. Si chiamano “mafia”, “camorra”, “’ndrangheta”, più in generale “cosche” : da anni vengono combattuti ma sembra che vadano comunque sviluppandosi, espandendosi in nuovi territori e con nuove aree di attività. Si può pensare pertanto che siano organizzazioni aperte e flessibili in cui dominano legami oscuramente intrecciati di paure e vantaggi, cementati da condivisioni che diventano omertà, ma non sono considerate tali da chi vi è invischiato. In genere nella pubblicistica corrente questi fenomeni vengono descritti in modo allarmistico e si traducono in accuse e colpevolizzazioni nei confronti della “politica” e della società in generale che assiste immobile a tante nefandezze. Ci si può però anche interrogare in modo un po’ meno rozzo su come mai ad esempio in una regione come l’Emilia si sia installato anche in tempi relativamente brevi un sistema di imprese che si è andato accaparrando quanto era stanziato a seguito del terremoto, dalla gestione delle macerie alla ricostruzione degli edifici danneggiati.

“La regione Emilia-Romagna, proprio per evitare il rischio di infiltrazioni mafiose , aveva stilato una white-list. Fallace , perché non considera che molte aziende subappaltano e collaborano con altre per il reperimento di materiali o servizi. Insufficiente perché molte aziende possono anche risultare pulite , ma operanti con iniezioni di fondi decisamente meno limpidi o operare attraverso procedure ben lontane dalla trasparenza. La ‘ndrangheta è una società che vende servizi: dal recupero crediti al prestito di facile liquidità tramite usura, alla falsa fatturazione . Ti accompagnano in un altro modo di fare impresa (….) gli imprenditori si mettevano a disposizione   delle cosche senza che fosse necessario alcun atto intimidatorio (…) L’omertà in questo caso non è figlia della paura, ma della convenienza.”[4]

Riporto questo testo tratto dagli incartamenti della procura di Bologna per mettere in luce che il sistema corrotto si pone immediatamente vicino a chi sta lavorando e intraprendendo con difficoltà, e si offre per appianare e sostenere. Entra nella vita di tutti i giorni e incrocia proprio quella zona grigia in cui singoli e piccoli gruppi stanno senza starci davvero, per avere qualche riscontro vantaggioso immediato dal vicino della porta accanto, ma sentendosi ben lontani dalla malavita. Se la mafia è vista come un cancro, mai credi che possa capitare a te e te ne tieni a distanza. Ma se si presenta come imprenditorialità vivace nel territorio, capace di mobilitare investimenti e iniziative, perché non stabilire rapporti di collaborazione ?

Va detto anche che gli organi di governo del territorio – la regione, in questo caso – per contrastare l’invasione, o meglio l’infiltrazione della corruzione sostenuta da un forte e organizzato apparato, sembrano ricorrere a misure ben poco efficaci : la redazione di una lista di imprese affidabili, a cui consegnare i lavori di ricostruzione nel dopo terremoto rimanda ad un intervento razionale, doveroso e insieme poco congruente con la complessità delle interazioni e delle contiguità tra convivenza regolata da leggi dello stato ( o delle regioni) e assetti garantiti da rapporti con un sistema che si pone come alternativo e ben più vantaggioso.   Molti insistono sulla sottovalutazione di segnali rivelatori del potere economico e sociale di cui dispongono i sistemi alternativi e quindi sulla scarsa incisività di provvedimenti repressivi di comportamenti illegali.

Mi domando se anche qui non si possa ipotizzare che l’irrigidimento delle strutture amministrative con i relativi nefasti effetti di distanziazione degli interventi dalle vicende della vita quotidiana della gente non finisca non solo per dare spazio a varie e continue corruzioni ma anche per intaccare progressivamente la fiducia nei confronti di possibilità di trovare comprensioni e supporti da parte di enti pubblici e collegati col pubblico, come le banche o le strutture sanitarie.

La corruzione diventa “corrosione”, “progressiva alterazione”, consunzione che avviene a poco a poco con azione incessante, lento deterioramento che finisce nell’”erosione”, nella disgregazione e nel venir meno dei vantaggi, delle “convenienze” che sostengono il convenire, in uno stesso patto sociale per poter convivere. Se le strutture pubbliche sono considerate inadeguate a fornire i servizi utili e necessari per mantenere o ristabilire equilibri nelle vite di singoli e famiglie, per sentirsi appoggiati e protetti nelle avversità e nelle incertezze, si tende, o si rischia di tendere, ad affidarsi ad un sistema alternativo: non lo si vorrebbe ma forse è come se non se ne potesse fare a meno e su questa onda si negano gli scivolamenti verso una legittimazione dell’illegalità.

Forse almeno due strade sembrano immaginabili per non lasciarsi impercettibilmente risucchiare.

Una è quella dell’uscire dal branco per riscoprire capacità e capacitazioni soggettive nella intersoggettività , nell’assumere la propria condizione di donne e uomini che non sopravvivono se non in relazione con altri uomini e donne, nell’accettare di vivere da  cittadini di uno stesso territorio, di uno stesso paese entro delle convenzioni convinte, entro legami ineludibili. E’ il pensarsi con questo punto di vista che rende possibile accorgersi che le infiltrazioni danneggiano tutto il sistema e che se anche l’esistenza di un sistema parallelo a breve termine può sembrare vantaggiosa, prima o poi si rivela insostenibile e si ritorce contro tutta la società, di cui si è inevitabilmente parte[5].

L’altra è quella di investire nel cercare di rendere le organizzazioni, e soprattutto quelle delle istituzioni pubbliche, più aperte e attente a produrre servizi che incidono sulla qualità della vita dei singoli e delle collettività : e questo non si può perseguire insistendo sul prescrivere, in una sorta di coazione a ripetere, per cui si constatano effetti insoddisfacenti ma si continua a ribadire, a “ordinare” quello che deve essere fatto, senza entrare in contatto con il dis-ordine su cui ci si propone di influire.

                                                                               Franca Olivetti Manoukian

 

[1] [1] F. Olivetti Manoukian, “Le organizzazioni “malefiche”, che annichiliscono il lavoratore”, in Vita e Pensiero ,n.2, 2013

[2] C.Marabini, F.Olivetti Manoukian, “Problemi e competenze dei dirigenti”, Prospettive Sociali e Sanitarie, n.15, 2006

[3] P.Rosanvallon, La légitimité democratique , Impartialité,réflexivité, proximité, Seuil, Paris 2008

[4] Dalla rivista left, n.5, 2015 , pag. 40-49.

[5] Anni fa ho partecipato ad una ricerca europea sul malessere degli insegnanti in partnership tra università di Parigi, Atene e Milano. In quell’occasione ho avuto modo di rendermi conto direttamente dell’esistenza in Grecia di un sistema scolastico pubblico in cui la gran parte degli insegnanti andava regolarmente a scuola al mattino, ma effettivamente insegnava nel pomeriggio attraverso lezioni private , debitamente pagate dalle famiglie.   E questo sembrava più o meno normale ai colleghi con cui collaboravamo nella ricerca.
Riferimenti bibliografici

Ambrosiano L., Gaburri E. (2013), Pensare con Freud, Raffaello Cortina, Milano.

Argentieri S. (2008), L’ambiguità, Einaudi, Torino.

Bauman Z. (2008), Individualmente insieme , Diabasis la ginestra, Reggio Emilia.

Beck U. (2008), Costruire la propria vita, il Mulino, Bologna.

De Monticelli R. (2013), Sull’idea di rinnovamento, Raffaello Cortina, Milano.

Kristeva J. (2013), L’avvenire di una rivolta, il melangolo, Genova.

Manghi S.(2009), Il soggetto ecologico di Edgar Morin. Verso una società-mondo, Erickson, Trento.

Morin E. (2009), Il gioco della verità e dell’errore . Rigenerare la parola politica, Erickson, Trento.

Sennett R. (2012) Insieme. Rituali,piaceri, politiche della collaborazione Feltrinelli, Milano.